Analisi su Napoli e Campania

Riassunto dell’intervento nel consiglio comunale di Napoli del Capogruppo Raffaele Carotenuto il 14 gennaio scorso in occasione della Mozione di Sfiducia al sindaco Rosa Iervolino Russo.

Analisi di fase su Napoli e la Campania.

Mercato del lavoro.

 Napoli fa registrare un tasso di disoccupazione (dato stimato dall’Istituto Tagliacarne) del 13,8%, con un aumento della disoccupazione rispetto al 2007 di un punto e quattro decimi. Nella media del 2008 il tasso di disoccupazione risulta, a livello nazionale, pari al 6,8%, sette decimi di punto in più rispetto al 2007. Con il 12,6% la Campania si conferma nei primi posti nella graduatoria delle regioni con il tasso di disoccupazione più alto. Ore di cassa integrazione:

1. Napoli = anno 2008 = 7.742 milioni di ore (ordinaria e straordinaria)

2 Caserta = 7.609 milioni di ore

3.Salerno = 4.229 milioni di ore

4.Avellino = 2.194 milioni di ore

5.Benevento = 1.509 milioni di ore.

Duemila lavoratori in Campania sono già stati licenziati nel triennio 2007/2009: Meltem di Arzano (Gruppi IPM), Birra Peroni di Miano, ICMI di San Giovanni a Teduccio, Cablauto di Mariglianella, Bitron in Provincia di Avellino, Scai Sud di Oliveto Citra. A questi non verranno riconosciuti gli ammortizzatori sociali in deroga (si vedranno corrispondere un assegno per il solo 2010, perdendo gli anni arretrati e per il futuro se tale situazione dovesse permanere – nonostante gli accordi con il Ministero del Lavoro). La crisi dei grandi stabilimenti porterà, _senza inversione di tendenza_, 10 mila nuovi espulsi dalle produzioni nei punti forza del sistema campano: aerospazio, metalmeccanici, Hi Tech = Unilever (Algida 200 lavoratori – 8/12 anno), Fincantieri (indotto Fiat), Alenia (già 70 in CIG), Whirlpool (già 50 in CIG), EDS_HP, Selfin (partner IBM), Agile/Ex Eutelia. Indebitamento famiglie.

La Campania e Napoli maglie nere per il grado di indebitamento delle famiglie e per lo strozzinaggio a danno di commercianti. Il “tasso di usura” in Campania, primissima Regione d’Italia, (rispetto ad un indicatore medio nazionale pari a 100) è di 173 (pari al 73% in più della media in Italia). Gli indicatori regionalizzati a confronto, nell’anno 2008, sono 8: disoccupazione, fallimenti, protesti, tassi d’interesse applicati, denunce di estorsione ed usura, numero di sportelli bancari, rapporto tra sofferenze ed impieghi registrati negli istituti di credito. In Campania nel 2008 il sovraindebitamento delle famiglie è cresciuto del 62,3% rispetto all’anno prima e la propensione all’usura nel 2009, a luglio di quest’anno, era già arrivata al 44%. Circa la metà delle famiglie campane è indebitata per almeno 20 mila euro, Napoli fa da traino al resto delle altre Province.

Usura

L’Ascom-Confcommercio di Napoli ha proposto un questionario con 14 domande su usura e criminalità in città, tra maggio e giugno 2009, a 2000 tra orafi, gestori dei distributori di carburante e tabaccai. Un commerciante su 4, /indebitato e insolvente/, non ha trovato nessuna alternativa valida se non quella di chiedere denaro agli usurai, per la farraginosità del sistema creditizio e bancario a concedere prestiti. Infatti la totalità dei commercianti finiti sotto gli strozzini si era rivolto prima ad istituti di credito, naturalmente senza successo. Il 77% delle vittime di estorsioni ha sborsato soldi, il 23%, probabilmente poiché impedito, ha dato via la propria merce. Circa un terzo dei commercianti di Napoli paga il pizzo in beni e non con i soldi, semplicemente perché non può permetterselo. Sulla sicurezza la percezione dei commercianti va ancora peggio. Il 75% ritiene che il livello di sicurezza in città, negli ultimi tre anni, è peggiorato. A dispetto di un Governo che ha lasciato credere all’Italia intera che le vicende della sicurezza e dell’ordine pubblico dipendessero dalla militarizzazione del territorio e da determinate categorie sociali quali writers, prostitute, immigrati, barboni e per finire ha lasciato immaginare sindaci-sceriffo e ronde metropolitane. (Fandonie!).

Giustizia

Il Consiglio Superiore della Magistratura, a dicembre del 2009, in sede di audizione con i dirigenti degli uffici giudiziari delle maggiori città metropolitane, ha potuto constatare la lentezza della magistratura napoletana. Il tempo medio di complessiva durata dei procedimenti intercorrente tra la richiesta di rinvio a giudizio e la sentenza di 1° grado è di 578 giorni, molto peggio di Roma, Reggio C, Bari, Torino e Milano. Meglio solo di Bologna, Venezia e Palermo.

1.Bologna = 1295 gg

2.Venezia = 1030 gg

3.Palermo = 740 gg

4.Napoli = 578 gg

5.Roma = 567 gg

6.Reggio Calabria = 547

7.Bari = 485 gg

8.Torino = 353 gg

9.Milano 310.

Sanità

Le regioni hanno sottoscritto il Piano Nazionale di contenimento dei tempi d’attesa del triennio 2006/2008. Per una mammografia nel 2008 così si aspettava: 1.Puglia = 550 giorni 2.Friuli Venezia Giulia = 455 3.Campania = 330 La Campania è la terza regione d’Italia per il peggior tempo di attesa per un’indagine mammografica in un ospedale pubblico.

A.N.C.I.

Il 10 dicembre a Roma all’Assemblea Nazionale dei Sindaci Italiani c’erano 500 sindaci con altrettante fasce tricolore a gridare contro il Governo per lo stravolgimento dei rapporti con gli enti locali. La più grande manifestazione di protesta istituzionale degli ultimi decenni, forse la prima di sempre. Che schema si è visto e l’Italia lì rappresentata ha visto?

1.Rafforzamento delle Province

2.Riduzione delle funzioni dei Comuni

3.Regioni viste come “zona franca” della politica italiana

4.Parlamento impegnato a difendere il Governo (autorizzazione a procedere per un sottosegretario).

Mentre gli enti territoriali chiedevano di non essere strangolati dal patto di stabilità e facevano notare che quei vincoli costringeranno i Comuni a comprimere la spesa corrente, quasi incomprimibile, ed a ridurre gli investimenti del 30% circa, mentre si chiedeva il maltolto dell’ICI (2008 – 344 milioni), soldi nostri per legge, il Parlamento era “asserragliato” a difendere un esponente su cui gravano pesantissime responsabilità penali, e se queste sono da accertare sicuramente ve ne sono di ordine “morale”. Chi è la casta e chi la rappresentanza vera del popolo in questo schema? Chi deve politicamente giudicare i Comuni italiani ha la dirittura morale e politica per farlo? Questo governo non ha detto di voler abolire le Province? Non ha detto che le indennità dei Consiglieri Regionali sono sproporzionate? Si lo ha detto, ma non le ha toccate, anzi le ha rafforzate. A danno dei Comuni (proponendo la riduzione della rappresentanza elettiva e di governo delle città).

Acqua pubblica

Sembra stucchevole e speciosa la polemica del movimento per l’acqua pubblica tra chi preferirebbe un modello di gestione come l’Azienda Speciale e chi privilegerebbe l’house providing, letteralmente gestione in proprio (controllo analogo). Addirittura così ragionando (o meglio sragionando) si sta perdendo l’obiettivo principale:

l’Arin già esiste ed è candidabile alla gestione dell’intero ATO 2.

Un piccolo problema: l’immediato azzeramento dei 15 rappresentanti del Comune di Napoli in seno a quell’organismo assembleare. Dei 15 membri 6 sono strutturalmente assenti, il Presidente dell’Assemblea dei Sindaci manca da circa 1 anno, il Presidente del C.d.A. – Peppe Bruno è in scadenza, ma la vera pietra dello scandalo è il membro di diritto che siede nel C.d.A. espresso dal Comune di Napoli (Michele Viscardi), vero “protettore politico” della privatizzazione del ciclo idrico. Nei prossimi immediati giorni, per parte sua, la sinistra del Consiglio Comunale presenterà una proposta di delibera di iniziativa consiliare tendente ad una modifica dello Statuto dell’ente permeando le finalità e i valori fondamentali del concetto di servizio idrico come servizio pubblico essenziale, di interesse generale, privo di rilevanza economica (ordine del giorno approvato all’unanimità nella seduta del 30 luglio 2009).

Ambiente

 La città è continuamente sotto attacco dell’inquinamento ambientale. In questa città paradossale si verifica che chi è addetto a rilevare i dati per l’inquinamento viene arrestato (ARPAC) ma è legittimato a far criticare i provvedimenti amministrativi e chi invece questi li prende, talvolta con coraggio, viene indagato (Nasti). In ogni caso, lontano da strumentalizzazioni sulla validità di calcolo degli sforamenti da polveri sottili, qui sono assolutamente sicuro della buona fede dell’Assessore all’Ambiente e dell’agire dell’amministrazione tutta, bisogna provare una grande immediata sfida di carattere culturale: la chiusura graduale ma totale del centro storico alle auto.

Forum Culture 2013

Alcune cose vanno dette e senza mezze verità. La prima riguarda la governance dell’evento sicuramente non relegabile ad un qualcosa di settoriale e scollegato dal contesto delle attività e dalle ulteriori ed inevitabili relazioni territoriali che tale evento sarà in grado di produrre ed autoprodurre. Non si può certo pensare ad una gestione chiusa e ad un unico contenitore pensante. Oltre ad un errore tattico risulterebbe letale per l’intera kermesse una mentalità potestativa con la sindrome dell’autosufficienza. Altro fattore da mettere nel conto riguarda la valorizzazione delle risorse culturali partenopee e campane. Per esempio, bisogna cogliere l’occasione di rivitalizzare il mondo dell’editoria, specialmente quella piccola editoria che sta morendo sotto i colpi di cartelli oligarchici e stretta nella morsa delle grandi società editrici nazionali che fagocitano consistenti fette di mercato a danno di tutti gli altri. Intessere una relazione sistematica, accompagnata da un indirizzo pubblico, con gli editori napoletani, veicolo principale per la ripresa di Napoli nel mondo e canale privilegiato per rilanciare quella vocazione internazionalista che la nostra città sembra aver perso. Bisogna derubricare dal linguaggio le parole come occasione, possibilità, pretesto, opportunità. La percezione del cambiamento va innanzitutto pretesa nelle parole e nei fatti nuovi, oltre che negli atteggiamenti. Da ultimo bisogna provare a ricostruire l’identità del terzo millennio. Le regole urbanistiche sono state definite, la trasformazione urbana è cominciata, la vocazione di città di mare ampiamente rafforzata e la centralità di Napoli nelle politiche economiche e culturali nell’ambito dei paesi che affacciano sul mediterraneo stanno trovando una loro più compiuta fisionomia. Al netto di tutto ciò va perseguito un disegno culturale, una strategia che sappia guardare a quel “meticciato” sociale pur fortemente presente ma non rispondente a quei requisiti che una moderna organizzazione di società vorrebbe richiedere. Anticipare, una volta tanto, i frutti di una modernità persa gioverebbe non poco ai napoletani e a chi ci guarda.

Piano Regolatore Generale 

Lo difendiamo non per una visione ideologica ma di cultura politica (se permettete). Dopo circa 20 anni è oggi definitivamente chiaro che la maggior parte degli operatori economici di questa città hanno incamerato “il concetto delle regole”. Ma una mutazione ulteriore si è avuta e va letta: mentre l’ACEN in questi anni è sembrata capire di più e meglio le pieghe del P.R.G. e si sono dimostrati nei fatti “collaborazionisti” (in senso positivo), l’Unione Industriali in questi mesi è stata rappresentata da una scellerata legge regionale sulla casa, fregandosene delle opportunità offerte dal sistema di regole nella città di Napoli. Non a caso hanno presidiato le commissioni regionali che facevano l’istruttoria a quella legge e la stessa notte del voto in Consiglio Regionale erano presenti ed hanno applaudito (non c’erano le famiglie del borgo di Coroglio, nessuno di quei 6 mila nuclei familiari inseriti nella graduatoria per il bisogno casa a Napoli. Perché secondo voi? Perché hanno fatto introdurre il concetto della finanziarizzazione dell’economia sul tema del mattone: i proprietari delle aree industriali dismesse possono ora costruire case a /go go/, magari saldandosi con i poteri criminali che vedranno muovere un meccanismo economicamente incentivante, il più grosso dopo il terremoto degli anni ’80. Questo piano regolatore generale consente la costruzione di 50 mila vani a Napoli, non uno è stato costruito ad opera dei privati! Questo piano regolatore generale ha permesso l’attivazione di 3 miliardi di euro di progetti urbanisticamente approvati. E’ questo quello che concretamente difendiamo! Per quanto riguarda il recente adeguamento del PUA Bagnoli-Coroglio, che aumenta gli alloggi a discapito della produzione di beni e servizi, abbiamo già detto che non ci piace e che ci confronteremo nel merito nella discussione sulle Osservazioni già depositate agli atti. Non intendiamo retrocedere ed anzi proprio così intendiamo difendere “la cultura delle regole”, con la nostra libertà di giudizio. Ultima considerazione sul dossier sulla qualità della vita in 107 città italiane. La stampa locale si è sforzata di non produrre idee su uno dei 6 indicatori analizzati; lo faccio io: Napoli è risultata al 59° posto nei servizi e nell’ambiente (metà classifica). Il sub-indicatore (su 6) che ha spinto a far registrare positivamente Napoli in questo settore è il livello infrastrutturale (11° posto su 107 città). Qui viene una riflessione di chiusura: Può esistere a Napoli una spesa pubblica che fa riconoscere anche al giornale confindustriale che il capoluogo partenopeo amministra bene? Io dico di si, semplicemente perché non ho mai conosciuto privati che investono in servizi pubblici ed in livelli infrastrutturali per migliorare la vivibilità e le condizioni urbane e della mobilità. Ho conosciuto solo le casse del Comune di Napoli.

Napoli, 14 gennaio 2010

Raffaele Carotenuto

VicoloStorto

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Una Risposta

  1. ordine del giorno presentato al Consiglio Comunale di Lacedonia il 4/12/2006 e mai discusso l’abbiamo ripresentato il 23 dicembre 2009. L’invito assemblea per costituzione della Federazione della Sinistra

    Un abbraccio fraterno a tutti/e i Compagni e le Compagne che restono in questo periodo così difficile per i comunisti/e e non solo da Tonino Di Ninno c.c. e presidente del cpf di avellino

    “mi sono convinto che anche quando tutto è perduto bisogna mettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio”Antonio Gramsci – lettera del 12 settembre 1927 Invito – avviso

    Ai Compagni e Compagne della sinistra sparsa

    Il 30 novembre 2009 ad Avellino e il 5 dicembre 2009 a Roma è partita la costruzione della federazione della sinistra.

    A tal fine per non interrompere il processo partecipativo è fissata a Lacedonia per sabato 17 gennaio ore 18.00 presso la sede del prc-se in piazza Francesco De Sanctis l’assemblea comunale e zonale per avviare il processo dal basso per la costruzione della federazione locale della Sinistra.

    Parteciperanno:Toni Della Pia segretario federale del prc-se di Avellino;Giacomo De Angelis commissario del pdci di Avellino

    Lacedonia 8 gennaio 2010

    Il presidente del circolo prc-se Antonio Di Ninno

    L’acqua non è una merce qualsiasi,l’acqua è la vita dell’uomo e del suo ecosistema, e non si deve privatizzare.

    Premesso che il Consiglio Comunale di Lacedonia Già il 16 marzo 2002 con delibera N° 16 e la giunta il 4 aprile 2002 è seguito un convegno tenutosi a Lacedonia il 11 aprile con la partecipazione di molte Autorità della materia tra cui l’avvocato Sorvino ed Emilio Molinari da Milano e Presidente del Manifesto mondiale per l’acqua.

    In quel convegno fu deciso per la prima volta che, l’acqua è bene comune dell’umanità;

    fu fatta opposizione alla legge finanziaria del 2001;

    fu invitata la regione Campania affinché facesse ricorso alla decisione del Governo per non aver Consultato gli enti locali interessati ai sensi della Costituzione vigente.

    Inoltre con specifiche interrogazioni, sia alla Regione che al Parlamento, fu bloccata dall’avvocatura Regionale il tentativo di Privatizzare gli acquedotti meridionali.

    Dopo anni di ideologismo selvaggio che ha comportato in Italia la privatizzazione di parte consistente dei servizi pubblici nazionali e locali, Sembrava sconfitta la logica del governo Berlusconi,invece il Berlusconismo è piu che mai imperante.

    La privatizzazione dei servizi pubblici, in situazioni di monopolio naturale, è stata vissuta talvolta come un disastro per lo stesso pensiero unico che sottende il neoliberismo delle economie neocapitalistiche: basti pensare ad acqua, ferrovie, energia elettrica,trasporti, sanità, ecc. ecc..

    C’è qualcosa di sicuro però con le privatizzazioni: l’aumento delle tariffe per i consumatori domestici, il taglio dei posti di lavoro nelle società erogatrici di servizi, il taglio delle attività di manutenzione.

    Insomma socializzare le perdite e capitalizzare i profitti, attraverso operazioni finanziarie.

    Bisogna invece ribadire che l’acqua non è solo una risorsa economica da gestire comunque oculatamente, ma è soprattutto un diritto degli esseri umani e dell’umanità, senza la garanzia del quale non è possibile letteralmente vivere per bere e per le esigenze igieniche più elementari. A livello locale bisogna insistere su alcune tematiche fondamentali.

    1) Checché se ne dica, la legge Galli, 36/94, nulla ha innovato sulle potestà comunali e consortili inerenti i cosiddetti regolamenti municipali e consortili di somministrazione idrica: bisogna pertanto imporre una revisione dei regolamenti stessi tale che sotto una media di 50 litri/abitante/giorno non si possa effettuare il distacco dal servizio per morosità in connessione a situazioni di comprovata povertà;

    2) Bisogna ribadire che l’acqua deve rimanere sotto l’egida del controllo pubblico e non può essere dismessa per essere poi regalata alla gestione dei privati che da essa ne traggono profitto e lucro. Cosi come si intende fare in provincia di Avellino ATO1,con la moltiplicazione delle Società di gestione e sarebbe la terza;

    3) Una rinnovata egida pubblica della gestione dell’acqua deve in ogni modo riuscire ad assicurare il recupero delle perdite degli acquedotti, causa/effetto di parte del malaffare degli appalti pubblici nei servizi idrici,investendo nella manutenzione delle reti, anziché fare società di gestione,per aumentare i consigli di amministrazioni pagati profumatamente dai cittadini sulle bollette;

    4) La nuova socialità della gestione dei servizi pubblici si dovrà caratterizzare per vie diverse da quelle del passato: per esempio passando per il bilancio partecipato, non solo quello delle acque, ma anche quello economico. Con l’introduzione dei consigli di sorveglianza da associare ai consigli di amministrazione delle imprese pubbliche locali idriche; nei consigli di sorveglianza sul modello tedesco andrebbe aggiunta alla presenza dei lavoratori quella degli utenti e degli ambientalisti organizzati, per effettivo controllo sulla gestione, partecipazione a titolo gratuito;

    5) Le sorgenti e le falde devono tornare ad essere sfruttate, anche avendo il coraggio di diminuire col tempo il volume degli emungimenti, in maniera da gestire la loro rinnovabilità e continuità per assicurare l’integrità e la sostenibilità del territorio. Assicurare ai fiumi il minimo vitale,per la flora e fauna esistenti lungo l’alveo.

    6) Non ha senso la guerra con la Puglia e con i suoi abitanti, da parte dell’ATO 1 Calore Irpino, ameno che non si vuole intentare una guerra ideologica con loro, e con il Padreterno. Poiché l’acqua è di tutti perchè viene dal cielo,dovremmo pregare un po’ tutti affinché nelle zone aride del pianeta, piovesse di più, E non come fa il presidente on. Giuditta, che chieda al Signore che faccia la pioggia solo da lui cosi si può vendere l’acqua che in quel caso potrebbe essere sua.

    7) Non ha senso chiedere alla regione Puglia il pagamento dell’acqua, poiché ricadrebbe su quei cittadini che gia soffrono per la mancanza d’acqua.

    8) Avrebbe senso invece in un rapporto di solidarietà, chiedere al Governo Nazionale che si faccia Carico all’interno della Fiscalità Generale, su come intervenire a protezione del Bacino Idrografico, se è questo che si chiede, con l’accordo Stato Regioni confinanti si può discutere.

    Tutto cio premesso è parte integrante della volontà di questa maggioranza, che delibera di:

    Riconfermare la delibera del C.C. del 22 aprile 2002 N° 16 nella quale si conferma che l’acqua è bene comune da non privatizzare;

    Chiedere Al presidente dell’ATO 1 e all’intero CDA, ai Sindaci ed ai presidenti delle Province di Avellino e Benevento ed alla Presidenza dell’ AQP ( 12 comuni appartenenti per la gestione all’AQP) , la Regione Puglia e della Campania di:

    – riconoscere l’acqua come “ bene comune” non assoggettato alle norme del mercato e come diritto inalienabile,evitando che l’ATO1 Calore Irpino, l’ambito dentro cui si collocano le maggiori risorse idriche dell’intero mezzogiorno, possano entrare i privati;

    – evitare la privatizzazione e la vendita delle reti e del servizio idrico;

    – procedere con l’affidamento diretto del servizio idrico a società con capitale interamente pubblico,cosi come sottoscritto dal programma dell’Unione;

    – ricostruire il soggetto giuridico unico a cui conferire la gestione del servizio pubblico,sopprimendo l’inutile separazione tra proprietà dei beni e delle reti e gestione dei servizi;

    – obbligare il reinvestimento degli eventuali utili per il miglioramento degli impianti, affinché si riducano le perdite in reti, e non si sprechino risorse per altri Consigli di Amministrazione;

    – individuare e attivare le opportune modalità di partecipazione dei cittadini;

    – introdurre e distribuire gratuitamente i riduttori di flusso a livello di uso domestico,favorire la costruzione del doppio impianto e doppio scarico;

    – rinviare qualsiasi decisione in merito all’affidamento del servizio idrico integrato,tenuto conto che il decreto Bersani ha prorogato i termini fino al 31/12/2007.

    Giuseppe Patanella Ass.re prc-se

    Lacedonia 4 dicembre 2006
    Antonio Di Ninno Capo gruppo prc-se

    Comune di Lacedonia

    Gia componente del Manifesto Mondiale dell’Acqua

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