Intervista a Peppe De Cristofaro

INTERVISTA A PEPPE DE CRISTOFARO

Segretario regionale P.R.C. Campania

 

A cura della Redazione del Blog:

www.vicolostorto.wordpress.com

 

 

Quella che segue è la prima di un ciclo d’interviste a dirigenti e compagni sul Partito della Rifondazione comunista a Napoli, il suo stato politico e le sue prospettive di lotta. I temi affrontati riguarderanno non solo problemi di carattere politico locale, ma anche questioni nazionali, compiendo delle incursioni nel dibattito generale del Partito.

 

 

In Italia, abbiamo il governo di destra più forte dal Dopoguerra ad oggi. Ad esso si contrappone, senza molta convinzione, un Partito Democratico guidato dai moderati. Rifondazione comunista e gli altri partiti di sinistra, alle elezioni politiche dello scorso 14 aprile, non sono riuscite ad entrare in Parlamento. Che giudizio dare dell’attuale fase politica?

 

rifondazione1Che è inedita e drammatica! Le politiche del governo Berlusconi sono aggressive, devastanti e godono di un consenso fuori della norma. I sondaggi più recenti indicano che i ministri più apprezzati sono Brunetta, la Gelmini e la Carfagna, cioè quelli più impegnati nell’attacco alla democrazia. Questo elemento dimostra la deriva politica, sociale e culturale in atto nel nostro Paese. Il consenso si costruisce con i mezzi di comunicazione, che conferiscono a questo governo, di fatto, il carattere di regime reazionario di massa. Tale clima ha travolto il governo Prodi, che ne ha pagato il prezzo. E’ necessario, allora, ripartire da zero. Il Partito Democratico non è un’opposizione seria, perché è incapace di costruire una dinamica sociale. Di Pietro all’apparenza sembra più dinamico, nei fatti, invece, s’è opposto all’istituzione della commissione d’inchiesta sui fatti del G8 di Genova. Insomma, quello di cui c’è bisogno è la presenza di una soggettività politica di sinistra nel nostro Paese.

 

L’11 ottobre si è tenuto un corteo imponente organizzato da Rifondazione comunista ed al quale hanno partecipato tutti gli altri partiti della sinistra extra-parlamentare. Non credi che l’ampia adesione abbia dimostrato anche la giustezza della svolta di Chianciano?

 

Quella manifestazione è stata un’importantissima dimostrazione di dissenso sociale. Tutte le manifestazioni di questa natura sono fondamentali. Ma consentimi di dire che, allo stato attuale, è più importante una manifestazione studentesca di cento di Partito! Poi, le manifestazioni da sole non bastano se non si dotano di un programma generale. Engels diceva non a caso che: “Le bandiere sono programmi piantati nella testa di chi le porta”. Quello che intendo dire è che dobbiamo incoraggiare queste mobilitazioni, perché i movimenti sociali sono fatti positivi, anche se alcuni di essi finiscono sconfitti, com’è accaduto per quello contro la guerra o quello contro la globalizzazione. Senza i movimenti sociali non c’è la possibilità di scalfire il potere. La crisi economica potrebbe immettere degli elementi di novità; non è detto che questi siano assolutamente positivi, ma il quadro generale non è bloccato. La partita non è chiusa per la sinistra: si può essere minoranza, ma non per sempre!

 

Un altro punto affrontato dal governo Berlusconi è la lotta alla Camorra, un male storico per la nostra terra. Con grandi proclami mediatici si è annunciato l’arrivo dei militari, impegnati nella repressione del fenomeno malavitoso. Lo scrittore Roberto Saviano, che con il suo pluri-premiato best seller ha denunciato il volume d’affari dei clan campani, dimostrando che la Camorra non è un fenomeno folkloristico, ma un vero e proprio impero economico, con legami internazionali. Eppure, una recente inchiesta de L’Espresso ha rivelato che nel governo Berlusconi siedono esponenti che hanno stretti rapporti con i clan camorristici. Come spieghi questa clamorosa contraddizione?

 

Con la doppia moralità di Berlusconi. Mi spiego. Nel Partito delle Libertà sono numerosi gli esponenti politici che hanno avuto a che fare con la malavita organizzata. Quello che citavi è il caso di Nicola Cosentino, sottosegretario al Ministero dell’Economia, legato al clan dei Casalesi. Ci sono indagini della Magistratura in corso, ma è del tutto evidente che questo non è l’unico caso di sospetto di connivenza con la criminalità organizzata. Potremmo citare anche Previti e Dell’Utri, per essere chiari. Se la destra ha una doppia morale, la sinistra non è meglio. E’ come se avessimo abbassato la guardia. In Campania ci sono stati nel corso di questi anni oltre novanta comuni sciolti per infiltrazione camorristica. Devo dire, però, che Rifondazione comunista non è mai stata neppure in una di queste giunte, anzi, in numerosi casi era in prima fila nella denuncia del malaffare e della connivenza tra politica, imprenditoria e camorra. Molti nostri compagni hanno subìto minacce di morte per quest’attività. Però rimane il sospetto di non aver fatto tutto ciò che potevamo. La Camorra è come il fascismo. Per vincerla occorre costruire l’unità di tutte le forze democratiche. Saviano è un simbolo di questa lotta, perché ha contribuito a svegliare dal torpore. Ma non è l’unico. Subito dopo la vittoria della Resistenza antifascista, nelle scuole fu ripetuta ai più giovani una celeberrima frase di Piero Calamandrei: “Se volete conoscere com’è nata la nostra Costituzione, andate sui monti dove i partigiani hanno combattuto e sono caduti per la nostra libertà”. Per estendere il concetto di questa frase dico che, se vogliamo conoscere le origini della lotta alla criminalità organizzata nel Sud Italia, dobbiamo ricordare tutti coloro che sono caduti in questa lotta, da Don Peppino Diana al giornalista Siani, dal magistrato Falcone al deputato comunista Pio La Torre, fino ad arrivare a Peppino Impastato. La lotta alla Camorra finora non è stata centrale nell’attività del nostro Partito, ma si può recuperare. Poi, aggiungo che la repressione fatta con i militari e le forze dell’ordine, a cui pure dobbiamo portare rispetto, perché rischiano anch’essi la vita nel proprio mestiere, da sola non basta. Anzi, rischia di divenire un’operazione di facciata. Cosa accadrà, quando andranno via i militari dalla nostra terra? Si scatenerà una lotta feroce tra i clan camorristici per definire nuove gerarchie, com’è già accaduto in passato. Per stroncare la Camorra c’è bisogna della repressione, ma anche di un intervento concreto dello Stato, affinché risolva i problemi storici di cui è afflitto il Mezzogiorno, cioè la disoccupazione, la bassa istruzione e l’assenza di diritti. In breve, c’è bisogno di un nuovo patto sociale contro la Camorra.

 

Rifondazione comunista, come abbiamo già detto, alle scorse elezioni politiche è rimasta fuori del Parlamento: per la prima volta dal Dopoguerra il partito comunista rimane fuori dalle massime istituzioni rappresentative. Eppure continuiamo ad essere presenti nelle giunte locali, anche nella Regione Campania. Come prospetti l’ormai imminente Congresso regionale del Partito?

 

Compiendo un bilancio molto serio della nostra esperienza di governo, valutando con attenzione gli aspetti positivi e quelli negativi. Ad esempio, potremmo valutare la questione dei rifiuti, che è stata la cartina di tornasole dei nodi irrisolti. Abbiamo inseguito soluzioni tappa-buco, ma non abbiamo posto al centro del dibattito una domanda decisiva: che futuro vogliamo per la nostra terra? Quale modello di sviluppo economico ed industriale chiediamo per la Campania? Quello che abbiamo fatto non basta. La Campania è la regione più povera e con più emigrazione. Tra le risorse, lo dico in qualità di segretario regionale uscente del mio Partito, perdiamo anche militanti giovani e capaci. Più in generale, basti pensare alle domande per l’Esercito professionale: la Campania è la regione del Mezzogiorno da cui giungono centinaia di migliaia di domande per partire volontari. Molto spesso, quando cadono i militari italiani nelle missioni volute dai governanti affamati da facili profitti, tra i soldati feriti o morti c’è sempre qualche giovane proveniente dalla nostra regione. La responsabilità di tutta questa povertà e disoccupazione l’hanno i governi nazionali e locali: il Mezzogiorno è dimenticato. Il metro di questa situazione lo dà il fatto che oggi si parli addirittura di una questione settentrionale, contrapposta a quella meridionale, che rappresenta il divario tra la parte ricca e sviluppata del Paese e quella povera ed arretrata. Vi sono, quindi, nella nostra società degli elementi di devastante emarginazione. Sul Partito, credo che sia opportuno evitare di discutere di divisioni interne: le divergenze teoriche ci sono e rimangono, poiché sono in campo due differenti opzioni strategiche, ma dobbiamo ripartire dalle questioni concrete. E, per cominciare, dovremmo dotarci di un’idea di sviluppo. Sui rifiuti abbiamo commesso degli errori, ma va da se che la soluzione di Berlusconi di costruire ben cinque inceneritori sia speculazione imprenditoriale ed ulteriore devastazione ambientale.

 

Hai introdotto un argomento sul quale vorrei rivolgerti una domanda più specifica. Rifondazione comunista è spesso accusata dai movimenti sociali, a Napoli ed in Campania, d’essere subalterna alle giunte locali di centrosinistra oppure d’essere il partito del “NO!”. Cosa c’è di vero?

 

Potrebbero avere ragione entrambi. Non dimenticare che veniamo attaccati da sinistra, dai movimenti sociali e dai disoccupati, ma anche e soprattutto da destra, cioè dall’intero arco delle altre forze politiche presenti nelle istituzioni. Avremmo potuto fare molte altre cose, ma ci muoviamo in un contesto difficilissimo. Quello che dobbiamo provare a fare è restituire centralità alla questione del lavoro nel Partito e tenere il conflitto dentro le istituzioni. Questo difficile sforzo lo riuscimmo a fare il 20 ottobre del 2007, con una grande manifestazione di piazza contro la precarietà. Purtroppo, non riuscimmo ad ottenere i principali propositi di quella manifestazione e, per le tensioni interne alla maggioranza, Prodi cadde con la manovra di Mastella, che ritirò il proprio sostegno al governo. Non dimentichiamo, però, che non esiste forza di sinistra al mondo che si misuri con il problema del governo, persino in America latina, dove esistono altre condizioni ed il sostegno delle masse è ampio e forte. Tutto il campo di quelli che scelgono di stare a sinistra, è animato dalle contraddizioni. Se si sceglie la strada della non compatibilità con le istituzioni borghesi, si ha una profonda difficoltà nel far vivere le proprie battaglie in quelle istituzioni. Ricordo che, nella mia passata esperienza di Coordinatore nazionale dei Giovani Comunisti, si aprì un dibattito sulla non compatibilità con le istituzioni. Ma bisogna pur dire che il ruolo di forza di testimonianza è molto difficile e presuppone un differente tipo di progettualità ed organizzazione politica. In un sistema bipolare come quello che è in vigore in Italia, quest’obiettivo è complesso e proibitivo.

 

Prima dicevi che all’interno di Rifondazione convivono ormai due anime. Quali credi che saranno gli sviluppi del Congresso di Chianciano?

 

Innanzi tutto, spero che queste due anime non esplodano. Anche perché dire di voler unire le forze di sinistra e spaccare Rifondazione comunista sarebbe una bella contraddizione! Dal mio punto di vista, Chianciano ha avuto un esito sbagliato. Sarebbe stato opportuno ricercare una sintesi tra i due documenti principali. Avremmo dovuto tentare di ricomporre le due opzioni principali, ma il nostro è un dibattito che vive nelle forze di sinistra e comuniste di tutto il pianeta. Nel nostro Paese, dovremmo definire l’esistenza di tre campi: quello conservatore, quello democratico e quello della sinistra alternativa. Comunista non vuol dire identitario. Se vi fosse una perdita del processo della rifondazione, non sarei più iscritto a questo Partito. Il P.R.C. ha avuto una fase di lunga crescita, ma sbagliavamo i punti di riferimento. Rifondazione comunista, nel 2001, ha costruito una sua credibilità nei movimenti. Su questo terreno dovremmo lavorare.

 

Ma la partecipazione alle manifestazioni dell’11 ed agli scioperi generali del 17 e del 30 ottobre non sono una ripresa di questo percorso?

 

Sì! In particolare, l’11 ottobre è stata una manifestazione orgogliosamente comunista, ma mi spaventerebbe se l’identità fosse l’unico elemento di ripresa. Quello che voglio dire è che abbiamo la necessità di sperimentare. In America latina le forze della sinistra rivoluzionaria sono al governo in diversi paesi, ma loro si sono poste il tema dell’innovazione, come ad esempio, nel Venezuela di Chavez. Lì non si fa sconto all’identità, poiché questa non viene assunta come un dogma.

 

In conclusione, Peppe, vuoi rivolgere un appello al Partito Democratico?

Mi auguro che costruisca un’opposizione diversa e che abbandoni l’idea dell’autosufficienza. La logica dell’alternanza al governo Berlusconi è pericolosissima, perché l’Italia ha bisogno di una forte mobilitazione e protagonismo delle masse per la difesa della propria democrazia. Altrimenti, rischiamo di vedere queste destre governare il Paese per lungo tempo. Questo è, ad un tempo, un dibattito ed un problema politico per il P.D.. Poi, credo che alcune loro innovazioni vanno riprese e rilanciate, come ad esempio la pratica delle primarie, che sono un istituto di grande partecipazione e democrazia. Ciò non vuol dire sottovalutare il pericolo del leaderismo; vuol dire porsi il problema di stimolare nuove forme di coinvolgimento nella politica. La Sinistra l’arcobaleno è un clamoroso esempio di sconfitta, ma ciò non vuol dire che Rifondazione comunista non debba ricercare nuove pratiche di partecipazione. Del resto, altri partiti come la Linke in Germania, tentano d’innovarsi, conservando contenuti radicali. Questi esperimenti non vanno disdegnati, ma compresi. Penso che noi, invece, siamo arretrati, ma non dobbiamo perdere fiducia nel costruire l’innovazione. 

 

VicoloStorto

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