Ministro, giù le mani dai bambini Rom!

 

 Impronta xenofoba……

 

 

di Roberto Malini

 

Il ministro dell’Interno ha dichiarato di aver intenzione di rilevare le impronte digitali dei bambini Rom. Neanche Mussolini e Hitler arrivarono a tanto, quando avviarono la persecuzione dell’etnia Rom, aprendo la strada al Samudaripen, lo sterminio di un milione di ‘zingari’. ”Non sarà certo una schedatura etnica ma un censimento,” ha precisato. Quindi ha detto: ”I genitori che sfruttano i figli mandandoli a chiedere l’elemosina perderanno la potestà”. Il ministro approfiitta dell’atmosfera condivisa di antiziganismo per acuire la persecuzione della famiglie Rom. Il dovere di uno Stato dovrebbe essere, invece, quello di aiutare i genitori Rom, fornendo loro i mezzi di sostentamento e un alloggio dignitoso, come previsto dalla Costituzione. I bambini Rom sono costretti alla mendicità, come le loro mamme e i loro papà, dallo stato di indigenza ed esclusione in cui si trovano proprio a causa di un governo persecutore. L’oppressione, le violenze istituzionali, la denutrizione, le malattie e le infezioni che falcidiano i bambini Rom sono gli strumenti con cui lo Stato italiano ha messo in atto l’annientamento dei Rom nel nostro Paese, un luogo di orrore e prevaricazione in cui già ora decine di sgherri mettono le loro manacce addosso ai bambini Rom (quante testimonianze abbiamo raccolto, in tal senso? Tante. Troppe. E non saranno certo le loro intimidazioni, le loro minacce a farci tacere questa mostruosa realtà!). Consentire che gli stessi sgherri, gli stessi aguzzini possano sottoporre i bimbi Rom, oltre che agli abusi consueti, al rilievo delle impronte digitali, ci sembra francamente troppo. Gli antirazzisti e gli antifascisti sembrano, da qualche tempo, essersi risvegliati. Siamo decine di migliaia. Permetteremo questa nuova violazione dei diritti dell’infanzia? Lasceremo che i bambini Rom siano sottoposti a una pratica che non ha precedenti nella Storia delle persecuzioni e dei genocidi? Noi no. Non lasciateci soli.info@everyonegroup.com

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Salario ed anti-berlusconismo

                                                      A cura di D.M. 

Sabato 21 giugno si è tenuta nella sala Gemito, di fronte al Museo nazionale di Napoli, un’assemblea pubblica organizzata dalla Rete 28 aprile che, con la F.I.O.M. e l’area Lavoro e Società, compone la sinistra interna della C.G.I.L.. I temi affrontati sono stati la lotta per il rinnovo contrattuale, l’autonomia del sindacato dalle pressioni del governo e della Confindustria ed il conflitto sociale. In questa occasione abbiamo incontrato Mario Maddaloni, membro del direttivo regionale della Filcem (la categoria che raccoglie i lavoratori dell’energia) ed R.S.U. della Napoletanagas, a cui abbiamo rivolto alcune brevi, ma essenziali domande. 

 

Mario descrivici con sinteticità per quali motivi è giusto opporsi alla riforma del contratto nazionale dei lavoratori, che il governo Berlusconi e la Confindustria desiderano tanto.

 

La mia posizione è essenzialmente quella della Rete 28 aprile: dare maggior importanza ai contratti territoriali ed aziendali indebolirebbe il concetto stesso di contratto nazionale, spaccando i lavoratori ed incentivando meccanismi di competizione tra i salariati, che si scontrerebbero fra loro per i premi di produttività, a cui solo una piccola parte di loro potrebbe accedere. Inoltre, questa riforma porterebbe ad un’ulteriore burocratizzazione del sindacato, già compromesso nei suoi meccanismi di rappresentanza, a tutto vantaggio di organizzazioni sindacali come la C.I.S.L., la U.I.L. e l’U.G.L., che acconsentono alla violazione dei diritti dei lavoratori. Non a caso, il governo, la Confindustria e gli altri sindacati aspettano le decisioni della C.G.I.L.

 

Il 13 ed il 14 aprile, come tutti sappiamo, è avvenuto il tracollo elettorale del cartello de “La sinistra e l’arcobaleno”. Per la prima volta, dal secondo dopoguerra, le istanze storiche del movimento dei lavoratori non entrano in Parlamento, a tutto vantaggio di una borghesia populista e reazionaria. Dove ha sbagliato la sinistra?

Credo, innanzitutto, dall’abbandono dei temi che riguardano il lavoro ed il disagio sociale. In passato, partiti come Rifondazione comunista hanno raggiunto l’apice del consenso quando hanno dato voce a questi problemi, opponendosi alle riforme contro i lavoratori e creando così una connessione diretta con loro. Gli errori compiuti affondano le proprie origini nella svolta governista che il P.R.C., il principale partito della sinistra, ha assunto al Congresso di Venezia del 2005: lì Bertinotti ha reciso le radici con la tradizione del movimento operaio e, in un’ultima analisi, ha prefigurato al partito un ruolo di totale subalternità a Prodi, che ci ha portato a contraddire i nostri principi e le ragioni di chi è sfruttato. Adesso non ci siano scorciatoie e leadership che tengano: la sinistra deve ripartire dal lavoro.

Il cartello de “La sinistra e l’arcobaleno” ha fallito, ma il processo di una costituente di sinistra è interrotto definitivamente?

I risultati delle elezioni hanno dimostrato che non è possibile costruire un soggetto unico della sinistra, con una fusione a freddo dei partiti che la compongono. Per me è giusto ripartire dall’unità dei comunisti, per creare massa critica e costruire un’efficace opposizione politica e sociale. Solo allora sarà possibile costruire un fronte comune con le altre forze di sinistra, perché attualmente ognuno va per la propria strada ed i lavoratori non hanno interlocutori.

Ma non credi che l’unità dei comunisti sia solo una formula organizzativa, dettata dalle difficoltà e dalla debolezza che abbiamo in questa fase?

No, perché è l’unico modo per contrastare con forza il fascismo latente nella società. Poi, non è solo una risposta organizzativa, perché teoria ed organizzazione vanno di pari passo, se si condividono gli intenti. E l’intenzione comune oggi dev’essere ricostruire un soggetto di classe nel paese. C’è la necessità di superare le vecchie divergenze tra i comunisti. Con una sinistra “generica” non si va lontano, si civetta solo con il Partito Democratico, che ha dichiarato sin dalla sua costituzione le proprie intenzioni: emarginare la sinistra e rappresentare gli interessi dei moderati, sposando il dialogo con Berlusconi.

Parliamo di Chiaiano e della cosiddetta “emergenza rifiuti”. In Campania la C.G.I.L. vanta mezzo milione d’iscritti e quella di Napoli è la più grande Camera del lavoro del Mezzogiorno. Non credi che il sindacato dovrebbe unirsi alla protesta popolare di tutte le aree della regione individuate come siti di raccolta rifiuti, respingendo l’isolamento delle comunità territoriali ed un certo qualunquismo che si fa largo tra la popolazione?

Sarebbe stato utile ragionare con i comitati di cittadini e la “Rete rifiuti zero”, che ha costruito una piattaforma in cui sono raccolte diverse proposte, dalla raccolta differenziata porta a porta, che aiuterebbe anche a limitare la disoccupazione giovanile, alla lotta al potere impreditorial-criminale. Ma nella C.G.I.L. campana prevale una sostanziale subalternità al quadro politico locale.

Basti pensare all’opposizione che si potrebbe organizzare contro la scelta del governo Berlusconi di costruire un inceneritore per ogni provincia, che è una tecnologia obsoleta, altamente inquinante e sulla quale la camorra guadagnerebbe miliardi di euro, tra appalti, trasporti ed infrastrutture. Mettere in discussione l’emergenza rifiuti vorrebbe dire criticare quattordici anni di commissariamento, di scelte industriali sbagliate, di connivenza con la camorra.

Se la C.G.I.L. ponesse fine alla propria subalternità nei confronti dei governi locali di centrosinistra, potrebbe recuperare un forte consenso contro la logica bipolare e divenire un punto di riferimento per le comunità sulle quali si abbattono le scelte politiche. E ce ne sarebbe un grande bisogno, visto che Napoli e l’Italia stanno scivolando sempre più a destra.

Dalle tue considerazioni emerge un tema decisivo: l’autonomia del sindacato. Durante l’assemblea di questa mattina, l’economista Brancaccio poneva una domanda: quali sono i margini per la sopravvivenza di un sindacato conflittuale? Egli accennava anche ad una risposta: il sindacato tende ad implodere su se stesso di fronte al movimento internazionale di capitali. Cosa ne pensi?

Se si vuole ragionare sull’ organizzazione del lavoro dobbiamo riconoscere un punto essenziale: si è ceduto sovranità ai tavoli di concertazione ed indebolito la rappresentanza sindacale. Questo è potuto accadere in virtù delle logiche di aumento della produttività e di flessibilità del lavoro. Ma la contraddizione tra capitale e lavoro cresce sempre più. Come spiegare il fatto che l’Italia, all’inizio degli anni ’90, era il paese con i salari meglio retribuiti in Europa, mentre oggi occupa l’ultimo posizione?

La C.G.I.L., geneticamente, non è un’organizzazione rivoluzionaria: è  un soggetto socialdemocratico e redistributivo. Sono sempre stato contrario al conflitto fine a se stesso, ma il silenzio e la passività stanno uccidendo il sindacato. I lavoratori sono abbandonati a loro stessi e ci recepiscono come una struttura a cui chiedere favoritismi e non come un soggetto di lotta, capace di esprimere il loro disagio. Allo stato attuale, l’unica strada da percorrere è il conflitto con il padronato.

Da cosa ripartire, allora?

Come dicevo prima, la C.G.I.L. può recuperare il consenso perduto nei luoghi di lavoro, ma deve ripartire dal salario e dalle questioni più generali legate alla tenuta democratica del Paese. Il governo Berlusconi sta lanciando un duro attacco alle libertà civili, alle conquiste dei lavoratori e finanche alla magistratura. Questo basta per capire i pericoli d’involuzione reazionaria che sta correndo l’Italia, perché Berlusconi rappresenta quella parte di borghesia che vuole aumentare lo sfruttamento.

Una cosa che mi ha indignato è stata la sostanziale intesa tra il Partito Democratico ed il Popolo delle Libertà sulla riforma del salario. Mi domando dove siano le differenze tra Veltroni e Berlusconi e giro questa domanda proprio ai dirigenti del P.D., che dovranno rispondere ai propri elettori di queste scelte. Ma non mi sorprende la pacatezza nei toni e la durezza nei provvedimenti: la nascita del P.D. traduce in campo politico la concertazione sindacale.

Ecco, perché serve una riposta forte e conflittuale, che fornisca nuova rappresentanza agli interessi di classe dei lavoratori. L’idea della concertazione a tutti i costi, come hanno dimostrato le recenti elezioni, porta solo acqua al mulino della reazione. Ed i segnali più inquietanti di questa nuova fascistizzazione dello Stato si trovano nel voler frammentare i contratti nazionali, nell’attacco alla magistratura, nella presenza dell’esercito sui territori, pronto ad intervenire armato contro il popolo.

Come mai non si riesce a spezzare questa offensiva di destra?

In breve, non c’è un’idea di alternativa. Mussolini, dopo la “marcia su Roma”, fu capace di imporre il consenso attraverso la repressione ed il lento consolidamento del proprio potere, ma i comunisti lavorarono sempre per un’alternativa, le cui condizioni si crearono con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Fu allora che il P.C.I. e le organizzazioni antifasciste riuscirono a costruire con la lotta una nuova prospettiva.

Qui, invece, ci troviamo di fronte ad un rischio enorme: il sindacato di regime. Brunetta e la sua “caccia ai fannulloni” è solo la punta dell’iceberg di un feroce spirito anti-proletario. L’offensiva, in realtà, è cominciata nel 1993 con i primi accordi concertativi.

In conclusione, quali sono le prospettive per il prossimo congresso della C.G.I.L.?

Un documento alternativo, che veda l’unificazione di tutta la sinistra sindacale, per altro già in atto. Siamo accomunati da un’unica causa: l’agibilità politica dentro la C.G.I.L., perché il gruppo dirigente di Epifani, legato mani e piedi al Partito Democratico, sta già attaccando ed emarginando la sinistra interna, proprio com’è accaduto nel governo Prodi. L’alleanza tra la Rete 28 aprile, Lavoro e Società e la F.I.O.M., però, non sarà soltanto un cartello congressuale: ci stiamo già muovendo per creare dei coordinamenti territoriali, che svolgano un lavoro capillare di organizzazione e conflittualità in ogni categoria.

La vostra idea è quella di costituire un sindacato alternativo?

Assolutamente no! Sarebbe un errore madornale, che non potremmo permetterci. Adesso, però, occupiamoci di svolgere i nostri congressi, nei partiti e nel sindacato, e di  costruire subito l’opposizione politica e sociale a Berlusconi. La strada migliore da percorrere la valuteremo camminando…

 

 

 

 

INIZIATIVA TERRITORIALE……

Verso il VII Congresso di Rifondazione Comuista

Per costruire un Partito Sociale capace di essere presente nel conflitto sociale e respingere le politiche reazionarie. Un Partito che sappia denunciare con coraggio le connivenze tra malapolitica, gruppi d’affare e criminalità organizzata.

LUNEDI’ 23 GIUGNO 2008 - ORE 17:00 - PRESSO IL CIRCOLO PRC ”MASSIMO TROISI”, VIA DUOMO N.228 - Napoli.

Interverrà:

GIOVANNI RUSSO SPENA

Già Capogruppo al Senato per Rifondazione Comunista Firmatario PRIMO DOCUMENTO CONGRESSUALE

 

 

Organizzati per piazze……Rifiuti Zero

Dopo essere stata per gli ultimi vent’anni almeno la “pattumiera dei rifiuti industriali di Italia” ora, per chi dovrà bruciare la Campania?

MOBILITIAMOCI…

Sabato 21 Giugno 2008

MARCIA Acerra-Napoli e successivo corteo fino a Piazza Dante

PER UN NUOVO PIANO RIFIUTI SUBITO

Appuntamenti per il 21 Giugno

Ore 9.30 partenza de “I 1000 del Sì” dalla stazione ferroviaria di Acerra

Ore 15.00 arrivo a Piazza Garibaldi - Napoli

Ore 16.00 partenza del corteo da Piazza Garibaldi

Ore 17.00 arrivo a Piazza Dante - Napoli

Ore 17.30 manifestazione nazionale a Piazza Dante

 Per informazionied adesioni: retecampanasaluteambiente@noglobal.org – cell. 3887460974 http://www.rifiuticampania.orgcontatti@rifiuticampania.org – cell. 3346224313

Storie di ordinario razzismo

 ANTIFASCISTI SEMPRE…….

 

Storia di ordinario razzismo informativo: un italiano spara e ammazza bambina polacca di cinque anni per futili motivi. Per la magistratura è “omicidio premeditato”, ma La Repubblica è subito innocentista: “è stato un errore”. A voler credere alla Repubblica voleva ammazzare il padre e ha ammazzato la bambina. Siccome è italiano dobbiamo credergli, lo sanno tutti: “italiani brava gente”. Anzi, lo sappiamo tutti, noi italiani, perché questa storia degli “italiani brava gente” ce la cantiamo e suoniamo tra di noi.

In memoria di Jon Cazacu e Jerry Esslan Masslo. Su La Repubblica - dove la notizia è già scesa al terzo o quarto livello - i toni sono immediatamente tranquillizzanti. Il caso non è grave, la bambina è stata uccisa per errore, strilla fin dal titolo. Fuoco amico? Come fa la Repubblica ad avere già un quadro così preciso a poche ore dal crimine? Hanno già letto la sentenza? L’hanno già assolto? E’ italiano, è dei nostri… La magistratura, smentendo la sentenza assolutoria di Repubblica ha incriminato per omicidio premeditato. Del resto (si guardi l’aberrante testo nell’immagine tratta da Repubblica online) all’assassino italiano giravano le palle, era nervoso, aveva litigato con dei polacchi (gran rompipalle). E poi, grande esempio di civismo (individuato e braccato dalla polizia), nel corso della notte si è costituito. Del resto se muore una bimba straniera la notizia ha allarme sociale pari a zero, e chi è senza peccato scagli la prima pietra e chiunque osa fare commenti o speculare è un provocatore, sembra dire Repubblica (e tutti i giornali e telegiornali ben poco solidali con la piccola Karolina) che hanno già risolto il caso: uno sfortunato incidente.

Del resto, che l’assassinio della piccola Karolina sia stato un errore lo conferma il fatto che la bambina è stata uccisa con un colpo di pistola, un oggetto notoriamente atto a ripararsi dalla pioggia e senz’altro non atto ad offendere. Niente a che vedere con il caso di Vanessa Russo a Roma. La ragazza italiana è stata uccisa da due puttane romene con un ombrello, arma da guerra che gli extracomunitari (e se vi dicono che la Romania è nell’Unione Europea non credetegli, basta guardare le facce!), notoriamente utilizzano per dare la morte agli italiani.In questo caso la versione dell’assassina, una lite che avallerebbe la preterintenzionalità del gesto, viene respinta con sdegno. E’ rumena e fa la puttana e se è uscita con l’ombrello quella mattina è stato sicuramente per uccidere.

Ai funerali della povera Vanessa, il parroco parla di perdono e viene zittito sull’altare. L’Oservatore Romano, si sa, osservava altrove e non rileva. Iersera a Otto e mezzo il parroco ha anche lamentato di come dopo il funerale alcuni partecipanti si siano lasciati andare a vari danneggiamenti, marciapiedi divelti. Giuliano Ferrara l’ha di nuovo zittito: sono esuberanze normali di un popolo ferito, come fate a non capire, che vuoi che sia l’arredo urbano di fronte alla morte di una ragazza… In altri casi lo stesso Ferrara ha sostenuto che rompere una vetrina o fischiare un politico erano atti di terrorismo, ma forse ricordo male. Ma non ricordo male, anzi ricordo benissimo il caso di Jon Cazacu e se voglio ricordo anche quello di Jerry Esslan Masslo, Villa Literno 1989. La memoria è un brutto vizio del mestiere. Era rifugiato politico in Italia, Jerry, sfuggendo all’apartheid. Fu ammazzato perché era nero dopo essersi spezzato la schiena a 1.000 lire per una cassa di pomodori. Qualche giorno prima aveva denunciato al TG2: «il mio vero problema, quello che ho sperimentato in Sudafrica non voglio viverlo in Italia. Nessun nero, nessun africano dimentica cosa sia il razzismo e io lo sto sperimentando qui». In Italia.

Era il 2000, e Jon era un ingegnere rumeno che lavorava da piastrellista nella ricchissima Gallarate, dove la Lega ha il 40% e tra AN e FI raccolgono un altro 40%. A Gallarate Ion faceva il piastrellista, in nero. Chiese di essere regolarizzato. Il suo datore di lavoro andò a casa di Ion. Portò con sé una tanica di benzina, entrò, lo cosparse di benzina e gli diede fuoco. Prima che Jon potesse stupirsi di cosa sono capaci gli italiani brava gente, il 90% del suo corpo si coprì di ustioni. Morì dopo un mese di atroci sofferenze.

Sabatino Annecchiarico, giornalista e militante per i diritti dei migranti, seguì per Migranews il caso, seguito distrattamente e con insofferenza (come ti sbagli?) dai media tradizionali. L’assassino fu condannato a 30 anni (potenza del rito abbreviato) sia in primo che in secondo grado. Del resto i fatti erano andati in maniera così evidentemente criminale che a nessun giudice poteva venire in mente una sentenza diversa. Giustizia era fatta?

L’assassino di Jon era italiano e non fu mai abbandonato dalla solidarietà della Lega Nord. Questa, al governo, pressò tanto finché non trovò la maniera di fare annullare la sentenza dalla Cassazione nell’indifferenza dei nostri media. C’era “carenza di motivazione” (sic!), non era sufficientemente dimostrata la volontà di uccidere. Non lambiccatevi il cervello, è inutile capire.

L’ultima offesa alla memoria di Jon arrivò con la sentenza definitiva. Accolta la tesi difensiva la pena venne dimezzata: 16 anni. Cospargere di benzina e dare fuoco ad un lavoratore che ha diritto di essere messo in regola non fu più ritenuto un motivo abbietto, e quindi furono concesse ulteriori attenuanti all’assassino. Intanto, in quelle stesse settimane, si approvava la Bossi-Fini.

Con la buona condotta e la Lega che non smette di solidarizzare, tra un paio d’anni al massimo –calcola Annecchiarico- sarà fuori. La giustizia per Jon non arrivò mai più, piuttosto arrivò l’indifferenza. Nicoleta, la vedova, e Alina e Florina, le figlie, dissero ad Annecchiarico: «Una parte della gente lo sa e fa finta di non saperlo. Pensa: se non è capitato a me, va bene così -dice Nicoletta Cazacu- altre persone non lo sanno, ma tutte hanno qualcosa in comune: l’indifferenza. Quell’indifferenza che uccide e uccide soprattutto noi stessi». Anche gli italiani.

 Parsifal

Iniziativa sui rifiuti…

       

                    Emergenza rifiuti…..e dopo?

 

Interverranno:

Tommaso Sodano - Dir. Naz. PRC

Alessandro Fucito - Consigliere Comunale di Napoli

Elena Coccia - Giuristi Democratici

Marco Lombardi - Giornalista de La Repubblica

VENERDI’ 20 GIUGNO ORE 18:00 PRESSO IL TEMPIO VALDESE IN VIA DEI CIMBRI N.8 ANGOLO VIA DUOMO

 

                                                                                                                                                                                                         

                                                                                                            

                                                                                      

Una guerra contro il mostro….

  Scritto da Maurizio Braucci da la Repubblica Napoli. 

Un articolo sulle proteste di Chiaiano potrebbe iniziare così: la Selva di Chiaiano è una grande area verde alle estreme propaggini nord-occidentali del Comune di Napoli; il suo territorio, di grande pregio paesaggistico-ambientale, si caratterizza per la presenza di alcuni borghi contadini, aree agricole, boschi di castagni… Ma se adottassi anch´io questo approccio, inteso a motivare che una discarica a Chiaiano è pura follia antiambientalista, cadrei ben presto nel tema “discarica sì / discarica no” che ha segnato l´esiguo dibattito sviluppatosi finora. Invece, la questione è più ampia e soggetta a una deformazione che ha tre cause principali: la malizia del potere politico, la lente deformante dei media, la scarsa astuzia comunicativa dei manifestanti. Quella di Chiaiano è l´ennesima protesta dopo Acerra, Parapoti, Savignano Irpino, Sant´Arcangelo Trimonte, Lo Uttaro, Pianura. È una lotta che dal 2003 sta agitando la Campania contro quella gestione straordinaria dei rifiuti che in 14 anni ha prodotto un disastro ambientale e, a esso collegati, un processo contro Antonio Bassolino e i vertici della Fibe-Gruppo Impregilo e numerose inchieste e arresti eccellenti da parte delle magistratura. Con linguaggio militare, diremmo che Chiaiano è solo una delle battaglie di una guerra contro un mostro: la gestione straordinaria dei rifiuti. Dal 2000, con una serie di premesse nel quinquennio precedente, i soldi per il commissariamento speciale sono stati utilizzati per creare una colossale rete di affari, clientele e speculazioni che tiene imbrigliata la Campania e i cui fili portano al resto dell´Italia. L´avidità e la spregiudicatezza di questa rete, che intreccia poteri legali e illegali (l´omicidio di Michele Orsi il primo giugno solleva uno dei coperchi), ha creato nelle popolazioni che la subiscono un impeto di ribellione contro il malgoverno a cui sono sottoposte da anni. I piani programmati dai vari commissari, ultimo e ancora vigente quello del prefetto Pansa, si sono basati sull´uso delle discariche in attesa che venisse terminato l´inceneritore di Acerra in cui convogliare le ecoballe lavorate in 7 impianti di Cdr, combustibile da rifiuti. Insieme a un secondo inceneritore, nemmeno iniziato, a Santa Maria La Fossa, è questo il ciclo adottato dalla Fibe-Impregilo per la gestione dei rifiuti in Campania, un ciclo che era già vecchio quando è stato approvato nel 1998. Inadempiente, agendo in deroga alle leggi e perpetuando azioni fraudolente (le ecoballe prodotte non sono a norma), la Fibe si è vista rescindere il contratto nel 2005 ma ha continuato a gestire i 7 impianti (6 in verità, uno era da tempo sotto sequestro) di Cdr fino allo scorso 27 aprile, data in cui i carabinieri ne hanno arrestato i dirigenti.
In sintesi, un piano ormai obsoleto e nemmeno mai portato a termine, ha ridotto la Campania in ginocchio già nella prima metà di questo decennio, ma la Fibe è stata rimossa dal servizio solo apparentemente, rimanendo in Campania in attesa di recuperare i soldi investiti che, grazie alla complicità dei commissariati speciali, sono stati caricati tra le condizioni per concedere l´appalto a un nuovo soggetto, un soggetto che, finora, chiaramente, non è stato ancora trovato. Se i commissariati sono stati fallimentari nella gestione dei rifiuti, si sono invece comportati in maniera ineccepibile nel garantire il capitale della Fibe. A Chiaiano si protesta contro tutto questo, il presidio non vuole la discarica perché non accetta il piano commissariale. In attesa della comunicazione ufficiale dei risultati dei carotaggi della cava, la cui data è ancora da definire, la situazione è tranquilla, è stato allestito da alcuni attivisti un media center che trasmette video e audio sul web e dove la sera si chiacchiera attraverso un microfono aperto. La protesta è condotta da abitanti di Chiaiano, Marano e dintorni, di ogni età, da centri sociali e altri collettivi politici e dalla rete di comitati che da anni accompagna le varie proteste che avvengono in Campania contro l´emergenza rifiuti. Presenti sono anche le giunte dei Comuni interessati, facenti capo a vari partiti. Si attende così il responso finale dei tecnici, mentre il governo Berlusconi, a cui Bassolino ha fatto chapeau, si gioca qui la sua nomea di decisionista insieme al decreto 90 che promette il pugno di ferro. Se anche la questione venisse risolta secondo l´italianissimo “a tarallucci e vino”, escludendo Chiaiano dalle aree di discarica, essa si riproporrà negli altri siti previsti dal decreto, ma con scontri, stavolta, ancora più tragici, a causa del potenziale repressivo contenuto nel decreto Berlusconi.Ma la tattica più efficace perpetuata contro le proteste resta quella dell´affondare la questione nel tema “discarica sì / discarica no”, tagliando così il filo con le responsabilità passate e riducendo tutto a una difesa territoriale ed egoistica, disinteressata al bene comune in una situazione d´emergenza assoluta. Invece, facendo un po´ di interviste tra i manifestanti, vengono fuori le loro proposte alternative al ciclo dei rifiuti commissariale. Quello che si chiede, soprattutto per Napoli, è un ciclo basato sulla raccolta differenziata, quindi sul riciclaggio, in linea con la legislazione europea in materia, un ciclo generico, attivabile subito, suddiviso tra umido e secco, aggiungendo in seguito carta, vetro e plastica, che sono rifiuti riciclabili quasi al 100 per cento. I 7 impianti della Fibe andrebbero convertiti per la selezione automatizzata dei rifiuti secchi (conversione attuabile in poche settimane), e questi impianti verrebbero utilizzati anche per differenziare la spazzatura che giace ora nelle strade, la tal quale. L´umido invece verrebbe trasformato in compost, fertilizzante per le campagne, affidandolo alle aziende coltivatrici, o in altri utilizzi, come quello per la composizione morfologica delle cave. A queste modalità a valle, ne andrebbero aggiunte altre a monte: limitare gli imballaggi e obbligare le miriadi di ipermercati a creare nelle loro aree isole ecologiche per il riciclo, eliminare alcuni prodotti come i pannolini con componente plastica a vantaggio della gomma, eccetera. Questo, molto brevemente, è lo schema che prevale tra quanti si oppongono non solo al ciclo commissariale ma anche alla sua gestione straordinaria che, visti gli effetti ottenuti finora, vorrebbero che tornasse ordinaria, cioè nelle mani delle Regione Campania. Al momento, quello che serve da parte delle istituzioni è un segno forte di discontinuità con il passato, perché senza fiducia, senza dialogo e ascolto tra le parti nessuna soluzione è accettabile.
Perché si ignorano queste proposte dei comitati di base? La scusante più diffusa è che i napoletani non sono “culturalmente pronti” a effettuare la raccolta differenziata. Ma questa è una scusa credibile? Malgrado tutta la drammatica sollecitazione sul tema dei rifiuti? E perché poi i napoletani non sarebbero pronti? La verità è che la raccolta differenziata viene da tempo boicottata dalle istituzioni, vari macchinari e attrezzature per il riciclo vengono ogni tanto scovati abbandonati e ancora imballati in capannoni e piazzole (giorni fa lo ha dichiarato anche l´assessore regionale all´Ambiente Walter Ganapini) mentre gli obiettivi percentuali di soglia, in 15 anni, non sono mai stati rispettati. Il motivo sta forse nel grande profitto per chi gestisce gli inceneritori, ultima a candidarsi la municipalizzata Asìa, proprio quella che dovrebbe invece effettuare la raccolta differenziata a Napoli. Tali profitti sono dovuti al permanere, ormai solo in Italia, degli incentivi Cip6 per gli inceneritori, con cui si conferiscono ai loro gestori 50 euro per tonnellata bruciata e convertita in energia. Calcolando che esistono già 7 milioni di tonnellate di ecoballe dichiarate equiparabili, con l´ennesima deroga, a fonte energetica, queste frutterebbero già da sole 350 milioni. Se si aggiunge che i nuovi appaltatori saranno obbligati a pagare (come chiamarla?) una buonuscita alla Fibe per togliere la patata bollente Impregilo dalle mani dei suoi amici politici, di destra e di sinistra, e che il ciclo commissariale alimenta una pletora di clientele, speculatori e aziende, di sinistra e di destra, i motivi del boicottaggio non fanno altro che aumentare. Cambiare ciclo è vantaggioso solo per i cittadini, non per le lobby, l´attacco alla partecipazione popolare è necessario, confondere le acque è d´obbligo, la Campania cerca di riscattare la propria dignità ma in pochi lo capiscono. Su questo drammatico sfondo, bisogna fare uno sforzo per spiegarsi meglio, senza interrompere il dialogo, la strategia nonviolenta è la sola via per dividere il fronte avversario.

VicoloStorto

Cuba….emancipazione e società

CUBA: approvata la legge per il cambio di sesso. Subito il via all’intervento a beneficio per 30 transessuali.

 

L’AVANA – Con la firma del decreto legislativo, da parte del Ministro della Sanità cubana Josè Ramon Balaguer, è entrata in vigore la legge per il cambio di sesso.   L’intervento e l’intera assistenza sanitaria sarà gratuito ed  a carico dello stato cubano. La Rivoluzione cubana ha avviato la sua politica di riconoscimento dei diritti delle persone transessuali, in generale del riconoscimento delle “diversità sessuali”, nel lontano 1979 dovendo combattere una dura battaglia politica e sociale contro “El machismo” elemento della sottocultura maschilista che domina nei paesi latino americani e non solo in quelli. Dopo questo grande risultato, il CENESEX (Centro Nazionale per l’Educazione Sessuale di Cuba), guidato da Mariela Castro la figlia di Raul,  ha già depositato presso il Parlamento cubano un progetto di legge per la modifica del Codice di Famiglia affinché siano assunti, come diritti, anche aspetti relazionati con la transessualità e omosessualità.  Ciò avverrà attraverso una grande mobilitazione della società civile cubana ( associazioni, sindacati, etc.) ed attraverso la mobilitazione generale del partito Comunista cubano che, nel dare il suo appoggio, ha precisato la necessità di lavorare nella popolazione affinché le conquiste sociali e politiche siano condivise e non calate dall’alto.

VicoloStorto

Più informazioni:   www.cenesex.sld.cu